Zdenek Zeman, profeta in patria


Per tutta la settimana, L’Equipe propone una serie di ritratti di allenatori che hanno segnato la storia del calcio, pur senza avere il palmares di Ferguson e Ancelotti. Oggi vi proponiamo il ritratto di Zdenek Zeman, l’uomo che ha deliziato l’Italia del Catenaccio con squadre di periferia votate ad un gioco offensivo e spettacolare.


zdenek-zeman-profeta-in-patria

Ritratto di Moka – 2015

L’Equipe, Giovedì 18 giugno 2015
Traduzione di Valerio Gonnelli

Se i film cult sono raramente quelli che hanno più successo al botteghino e che riescono a conquistare premi, Zdenek Zeman è il Rocky Horror Picture Show del mondo del calcio. Il suo scarno palmares (solo due campionati di Serie C vinti e uno di Serie B) è inversamente proporzionale alla longevità della sua carriera e all’ampiezza del culto di cui è oggetto.

Come per il musical di Jim Sharman, che continua a rivivere nelle numerose proiezioni per nostalgici nei cinema d’essai, così la carriera del tecnico di origine ceca (naturalizzato italiano dal 1975) dura da più di quarant’anni, con avventure per lo più in club di seconda fascia. Dopo un anno problematico a Cagliari, è arrivata la firma con l’FC Lugano, neo-promosso nella prima divisione Svizzera.

L’inizio della sua carriera assomiglia a quello di un regista dell’avanguardia New Wave cecoslovacca. Nato a Praga, fuggì dal suo paese, le cui frontiere furono chiuse dopo l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia nel 1969. La direzione intrapresa fu la Sicilia, terra di calcio, dove risiedeva suo zio Cestmir Vycpálek, ex giocatore e futuro allenatore della Juve. Palermo sarà la sua città d’adozione. Grazie al suo diploma di allenatore conseguito a Coverciano, alla fine degli anni ‘70 sarà incaricato di allenare le squadre giovanili del club del Palermo.

Licata, Messina, Salernitana, Avellino, Lecce, Pescara, Cagliari… sono i club che ha successivamente allenato in città di provincia dove ha fatto calcio riuscendo a riempire stadi da 30.000 posti, che in precedenza erano vuoti per tre quarti. Questo accadde anche nel piccolo club del Foggia, grazie al quale il “Boemo” (visto che è originario della Boemia) è divenuto una leggenda.

IL FOGGIA DEI MIRACOLI

Quando arriva in Puglia nel 1989, l’obiettivo di questo allenatore, fino a quel momento poco conosciuto, è semplice: mantenere il club, neopromosso, in Serie B. Dopo una stagione di transizione, il Foggia ottiene la promozione con il miglior attacco del campionato. Con la sua squadra di giocatori sconosciuti, guidati da un trio d’attacco formato da Beppe Signori, Roberto Rambaudi e Ciccio Baiano (tutti e tre destinati ad un futuro in Nazionale), il Foggia dei miracoli termina la sua prima stagione in Serie A, allora il miglior Campionato Europeo, ottenendo un incredibile nono posto, con il secondo miglior attacco dietro il grande Milan di Ancelotti, Van Basten, Maldini, Baresi, Gullit, Rijkaard e compagni.

La squadra attira l’attenzione dei club più prestigiosi e perde rapidamente il suo trio delle meraviglie, (Signori sarà tre volte capocannoniere del campionato con la Lazio), ma continua a sfidare tutte le aspettative arrivando undicesimo nel 1993 e di nuovo al nono posto nel 1994.

Se questa epopea ha segnato la storia del calcio italiano e ha ottenuto l’appellativo di Zemanlandia, questo è perché i risultati sono stati ottenuti in un modo particolare, e quale modo! Lo stile di Zeman, completamente contro corrente, affascina l’Italia. L’unica cosa che lo avvicina ai suoi colleghi italiani è il suo feroce rigore tattico. La grande differenza è che Zeman mette la sua tattica al servizio di un gioco ultra offensivo dove l’obiettivo è chiaramente quello di segnare sempre un gol in più dell’avversario, qualunque sia la sua forza o il suo blasone.

Non è scienza missilistica. E’ matematica

Ogni volta che attacchiamo  i tre attaccanti devono entrare nell’area di rigore, mentre due dei tre centrocampisti devono avanzare. In questo modo l’avversario è schiacciato. Quindi porti il pallone nell’area, e visto che hai più uomini, hai più opportunità di segnare. Non è scienza missilistica. E’ semplice matematica.

Risultato, le squadre di Zeman segnano moltissimo, esponendosi però al rischio di subire alcune memorabili debacles, come, ad esempio, un  2-8 in casa contro il Milan nel 1992. Più di recente, è con il Pescara che ha scritto una nuova pagina della sua leggenda. Come nel 1989, approda nel 2011 in un club neopromosso in Serie B. Al posto di Signori e compagnia, i suoi giocatori chiave sono dei giovani potenziali talenti italiani che rispondono ai nomi di Ciro Immobile, Lorenzo Insigne ed un certo Marco Verratti.

Ma non ci sarà una stagione di transizione questa volta. Il Pescara, partito per giocarsi la salvezza, stravince il campionato segnando 90 gol, un record che non si vedeva dal 1950. Per raggiungere il suo obiettivo, Zeman utilizza sempre un unico modulo: il suo 4-3-3 immutabile, al tempo stesso rigido e creativo basato sul movimento incessante e su verticalizzazioni rapidissime.

Le due ali si muovono liberamente su tutto il fronte d’attacco senza dare punti di riferimento agli avversari. I due unici veri difensori sono i centrali che difendono molto alto ricorrendo al fuorigioco sistematico, con un modulo di marcatura a zona. Il pressing è intenso e serve a soffocare la difesa avversaria insieme a folate offensive incessanti. Al calcio d’inizio, Zeman dispone tutti i suoi giocatori, eccetto i due  difensori centrali, sulla linea mediana.

La straordinaria bellezza della sua filosofia di gioco è data da un delicato equilibrio tra l’organizzazione e la creatività. Come ha scritto lo specialista del calcio italiano Gabriele Marcotti:

I calciatori non passano la palla ai compagni, la passano laddove sanno che i loro compagni saranno, poiché sono sempre in movimento. Fai due ore di tattica e sai che tutti i tuoi compagni, al solo movimento di una mano, sanno esattamente cosa fare. Lui ti fa memorizzare tutti i movimenti fin quando non conosci a memoria la sua filosofia di gioco.

Ricordava recentemente Marco Verratti nelle colonne di So Foot.

Organizzazione ultra-rigide, allenamenti ripetitivi, gioco offensivo basato sul movimento ed il pressing…  è impossibile non pensare a Marcelo Bielsa, un altro grande guru del calcio, elencando ciò che costituisce l’essenza del gioco secondo Zeman. I due uomini hanno anche altro in comune: allenamenti che spingono i loro giocatori a raggiungere i propri limiti fisici. Zeman, che possiede di un diploma di laurea in medicina dello sport, conseguito nella sua città di adozione, Palermo, ha bisogno di uomini in grado di produrre performance fisiche superiori a quelli dei suoi avversari, e i suoi famosi richiami atletici hanno spaventato parecchie generazioni di calciatori.

“La mattina, a volte ho pianto prima di andare all’allenamento”

A volte, a fine allenamento, mi veniva da vomitare per lo sforzo dopo i 20 chilometri di corsa. E’ un allenamento militare. Al mattino, a volte ho pianto prima di andare all’allenamento. Non so se sarei in grado di rifare tutto oggi.

Ricorda l’italiano del PSG.

Come Guardiola, Zeman si è ispirato molto ad altri sport come il basket, la pallamano e l’hockey su ghiaccio, per sviluppare i suoi particolari schemi tattici, e i movimenti che questi prevedono. Ma contrariamente al suo collega catalano, è un uomo di poche parole. Sigaretta in bocca, rimane in silenzio sulla sua panchina, quando la sua squadra segna o quando subisce un’imbarcata.

A volte non si sa nemmeno se quello che stai facendo è giusto o no. Ho giocato 40 o 50 partite sotto i suoi ordini e lui non mi ha mai detto bravo o mi ha mai applaudito una sola volta. Ciò ti stimola costringendoti a rimetterti continuamente in discussione e a provare a fare sempre qualcosa in più.

Ricorda Verratti nelle colonne di So Foot.

Ma Zeman sa anche ciò che più desiderano i suoi giocatori. Ed il pubblico.

“Quando chiedi ad un giocatore quale fase di gioco preferisce, la sua risposta è sempre: “Quella di attacco”. Ed il pubblico cosa vuole: i goal e lo spettacolo, o  solo il risultato? Ovviamente, una squadra che gioca all’attacco piuttosto che una che faccia catenaccio! Ebbene, io ascolto ciò che chiede il popolo!”

Ha spiegato a France Football nel 2012.

“Ebbene, io ascolto ciò che chiede il popolo!”

Zeman sarebbe dunque uno Steven Spielberg del calcio, schiavo dei botteghini e dell’edonismo dei tifosi? Dopo lo straordinario successo ottenuto a Foggia, i più importanti club lo hanno logicamente corteggiato e lui si è lasciato sedurre.  In tre anni, con la Lazio, è arrivato secondo e terzo in Serie A, prima di essere esonerato nel 1997. Ha successivamente allenato l’altra squadra della capitale, l’AS Roma, dove ha ottenuto un quarto e un quinto posto.

Ma l’allenatore  Zeman è presto soppiantato da uno Zeman dottore.. Nell’estate del 1998, decide di denunciare quello che fu chiamato allora “l’abuso di medicinali” nel calcio italiano. In alcune frasi shock, si dispiace del fatto che un club “abbia bisogno di un buon farmacista” per vincere e si stupisce “dell’esplosione della massa muscolare di Vialli e di Del Piero,” giocatori simbolo della Juve.

Le sue affermazioni hanno dato il via ad un lungo processo mediatico in cui si sono succeduti nelle aule dei tribunali tutte le star della Juventus dell’epoca, da Peruzzi a Conte, passando per Vialli, Zidane e Ravanelli. Riccardo Agricola, medico capo del club di Torino, sarà condannato a un anno e dieci mesi di reclusione per frode sportiva e somministrazione di medicinali pericolosi per la salute degli atleti, tra cui l’EPO, prima di essere assolto in appello.

Il tecnico, all’estero, è ormai più famoso per queste battaglie piuttosto che per il gioco spettacolare, gioco che si impegna a fondo a sviluppare ovunque alleni. In Italia si dovrà attendere più di dieci anni prima che un grande club, di nuovo la Roma, gli dia un’altra possibilità (ma l’incontro durerà solo per mezza stagione). 

Sono convinto che il compianto presidente Sensi abbia subìto forti pressioni per non rinnovarmi il contratto alla Roma nel 1999. Per tanto tempo, mi sono chiesto perché diavolo un sacco di dirigenti parlassero bene di me, ma quasi nessuno mi faceva lavorare! Un po’ come certi registi alternativi che sono pieni di talento ma che non riescono a trovare mai i finanziamenti necessari per realizzare i loro film così tanto differenti.

Confidava a France Football nel 2012.