Apologia di Zdenek Zeman

PREMESSA

Questa difesa (rigorosamente alta) dell’uomo e del lavoro di Zdenek Zeman non avrebbe ragione di essere scritta né letta da nessuno. La carriera, i fatti, la storia dell’allenatore boemo parlano da sé. Ma troppo spesso gli uomini, e con essi il tempo, non sanno essere galanti con chi lo meriterebbe. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza, sfatare qualche mito, ricordare alcuni episodi troppo presto dimenticati. Il tutto basandoci il più possibile su dati prettamente oggettivi concedendoci però qualche considerazione personale.

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LA CARRIERA IN BREVE

Zeman, dopo aver allenato la primavera del Palermo, nella prima metà degli anni ’80 va a Licata in C2 dove conquista una promozione a suon di spettacolo e gol ed una salvezza l’anno seguente; nella seconda metà degli anni ’80 passa a Foggia in C1 e, sebbene esonerato da Casillo, lascia una squadra ormai salva; dopo la brutta esperienza in B a Parma, a Messina lancia Schillaci e ottiene nella serie cadetta un 8° posto; la parte più entusiasmante delle carriera di Zeman arriva dall’89 al ’94 al suo ritorno a Foggia, in un ambiente pressoché ideale, dove nasce Zemanlandia e in cinque anni ottiene la promozione in A seguita da salvezze tranquille e il sogno accarezzato di riuscire nell’impresa di una qualificazione in Europa, il tutto arricchito da centinaia di gol e il lancio di vari giocatori come Signori, Rambaudi e il portiere zemaniano per eccellenza: Franco Mancini; dal ’94 al ’97 il boemo passa alla Lazio dove, oltre a lanciare Nesta e Nedved, ottiene nei primi due anni un 2° e un 3° posto inaspettati; dopo l’esonero del ’97 Zeman resta a Roma, ma sulla sponda giallorossa, dove ottiene un 4° e un 5° posto impreziositi dal lancio di talenti come Tommasi, Di Biagio, Di Francesco e la consacrazione di Totti; dopo le dichiarazioni sul doping (di cui parleremo dopo) Sensi decide di non confermare Zeman nonostante i buoni risultati ottenuti; in seguito il boemo, dopo le brutte esperienze in Turchia al Fenerbahce (dimissioni) e a Napoli (esonero dopo un pareggio col Perugia causato da un rigore inventato), nel 2001 riparte dalla Salernitana dove raggiunge presto l’obiettivo salvezza e sfiora la promozione; l’anno seguente a Salerno viene esonerato e nel 2003/04 va ad Avellino dove retrocede (il presidente Casillo, anni dopo, dirà di essere stato contattato da qualche potente e invitato – senza successo – a esonerare Zeman in cambio della salvezza); nel 2004/05 il ritorno in serie A: il suo Lecce stupisce, i giocatori (tra cui Bojinov, Vucinic e Ledesma) recepiscono presto i dettami del tecnico e si assestano ai piani alti della classifica, ciò nonostante la società decide di vendere Bojinov a gennaio (anche questo merita un discorso a parte) e la squadra ottiene la salvezza solo all’ultima giornata dopo un pareggio per 3-3 con il Parma, nell’occasione Zeman nota nel finale un atteggiamento rinunciatario da parte dei suoi calciatori, forse aizzati da alcuni dirigenti come denunciato dal tecnico stesso (il quale non verrà confermato per l’anno seguente), e dà le spalle ai propri ragazzi; durante e subito dopo Calciopoli, Zeman prende in corsa il Brescia e fallisce l’obiettivo promozione, viene esonerato al suo ritorno a Lecce e rescinde consensualmente il contratto con la Stella Rossa di Belgrado; nel 2010 termina l’esilio e torna ancora una volta a Foggia in C1 dove, con una squadra di ragazzini, sfiora i playoff e lancia tra tutti Insigne e Sau; chiusa la parentesi rossonera va a Pescara in B dove, nella stagione 2011/12, di fatto ritorna Zemanlandia: 1° posto e, dunque, qualificazione diretta, miglior attacco per distacco e miglior differenza reti, sette vittorie nelle ultime sette gare, difesa più volte imbattuta, risultati tennistici, lancio di talenti come Verratti e Immobile e la consacrazione di Insigne; infine gli esoneri di Roma (esperienza durante la quale vengono scoperti Florenzi e Marquinhos, valorizzato Lamela e “ringiovanito” Totti) e Cagliari rappresentano la storia recente, anche se trattata in maniera molto approssimativa dai media nazionali.

IL CONCETTO DI VITTORIA E QUELLO DI OBIETTIVO

“Non ha mai vinto nulla”. Solitamente è questa l’accusa più gettonata da parte dei detrattori del boemo, soprattutto di quelli che basano la propria idea di calcio guardando i risultati e le classifiche sul Televideo o, tutt’al più, consultando l’albo d’oro. Partiamo da un presupposto fondamentale: l’importante non è vincere ma centrare obiettivi, altrimenti non si capirebbe il senso di interi campionati, di varie categorie, quando basterebbero pochissime squadre super attrezzate a contendersi il titolo. Nello sport, soprattutto in quelli di squadra, in base alle proprie disponibilità, ci si pongono degli obiettivi che poi si raggiungono o meno. Ma l’idea del vincere come unica via (“vincere non è importante: è l’unica cosa che conta” disse Boniperti in contrapposizione al decoubertiniano “l’importante non è vincere ma partecipare”) è un concetto sbagliato, diseducativo e molto pericoloso, che ha portato nel corso dei decenni, tra le altre cose, all’uso di sostanze dopanti, come denunciato (suffragato poi dai fatti) dallo stesso Zeman, e all’ingresso in questo mondo di diversi miliardari aventi il profitto come unico obiettivo (“un giorno si prosciugheranno i pozzi di petrolio e si ricomincerà a giocare”, disse in proposito il boemo).

IL PEGGIORE DEI PERDENTI?

Come abbiamo potuto notare, la carriera di Zeman non è affatto costellata di insuccessi, delusioni, fallimenti come vorrebbero far credere i suoi denigratori. Se si contano salvezze, promozioni e posizionamenti vari al di sopra delle aspettative, se si dà il giusto peso allo spettacolo offerto in uno scenario che, nel corso degli anni, ha sempre più dimenticato di essere uno sport per abbracciare il business e se si fa la conta delle decine di ragazzi scoperti, valorizzati e lanciati dal boemo, possiamo facilmente renderci conto che la sua carriera non è stata affatto deludente come sostengono alcuni.

Di certo ad impreziosire una carriera “atipica” di un uomo “contro” manca la classica ciliegina sulla torta, uno scudetto, una coppa, un qualsiasi trofeo che, a ben vedere, sarebbe stato meritato. Sta di fatto che Zeman non ha mai guidato squadre pronte ad ambire alla conquista di un trofeo importante sin da subito, al massimo ha avuto (nelle due sponde di Roma) l’opportunità di allenare squadre outsider. Allo scudetto si è avvicinato alla guida della Lazio, in Coppa Italia ha portato la Roma con un piede e mezzo in finale prima di essere esonerato. Ma soprattutto avrebbe potuto ottenere dei risultati più importanti se solo avesse preteso, come invece hanno fatto e fanno suoi illustri colleghi, calciatori già affermati e, dunque, spese folli. Basti vedere quanto successo dopo gli addii sia al club biancoceleste che a quello giallorosso (Cragnotti e Sensi spesero cifre astronomiche in cambio di qualche trofeo e montagne di debiti). Non è mai stata questa la mentalità di Zeman il quale avrebbe potuto ambire a qualcosa di prestigioso anche se avesse avuto la fortuna di lavorare con giocatori e dirigenti più adatti alla sua mentalità fuori dagli schemi, concentrata sul lavoro, sugli allenamenti, sulla valorizzazione dei talenti, sulla pazienza, su un progetto che richiede inevitabilmente del tempo in un ambito che ormai conta anche i minuti che trascorrono.

Le più grandi soddisfazioni sono quindi giunte alla guida di squadre cosiddette “piccole”, provinciali, con tifoserie entusiaste e con società pazienti, capaci di dare al tecnico la serenità e il tempo adatti per lavorare al meglio. In ogni caso la qualità di un allenatore va giudicata in base a ciò di cui dispone, alla qualità della rosa e alla difficoltà che quindi bisogna riscontrare nel raggiungimento dell’obiettivo. Un po’ come nei tuffi, per fare un esempio banale, i giudici non valutano solo quanto sia stato vicino alla perfezione un tuffo ma anche il coefficiente di difficoltà del medesimo.

Le pietre miliari della sua carriera, dunque, restano i due campionati di B vinti a Foggia e Pescara, ai quali si può aggiungere quello vinto in C2 a Licata da cui tutto partì. In molti sostengono che certi risultati, sebbene apprezzabili, non siano paragonabili alla conquista di campionati maggiori. Pur concordando in parte, è d’obbligo far notare che vincere un campionato di serie A con la squadra più forte e vincere un campionato minore con una squadra nuova, tutta da scoprire, da valorizzare, sono due cose certamente diverse ma che si fa fatica, se si assiste alla scena con un po’ di romanticismo, preferire il primo caso al secondo. Provando a trovare un aiuto nella matematica, se in serie A una squadra vale 100, un’altra 80 e le altre si assestano sotto il 50 mentre in serie B quasi tutte le squadre hanno un valore simile, diciamo 30, risulta chiaro che nella seconda categoria affermarsi sia, sebbene senza dubbio meno prestigioso, altrettanto indubbiamente più difficile di quanto possa esserlo per la squadra di A dal valore 100 di cui sopra.

CRITICHE OFFENSIVE ALLA FASE DIFENSIVA

Molto spesso si sente dire che Zeman è bravissimo a preparare la fase offensiva ma non si cura di quella difensiva. Questa affermazione è assolutamente priva di fondamento. Senza voler analizzare più di tanto il 4-3-3 zemaniano, ma provando a fare solo un piccolo accenno basilare, l’idea di calcio del boemo consiste nella ricerca del risultato attraverso lo spettacolo e del “gol in più rispetto agli avversari”. Un gol subito non è visto come un dramma ma è solo una logica conseguenza, un incidente a cui si può comunque porre rimedio, di una squadra votata all’attacco che gioca con la difesa prevalentemente altissima e a “mezzaluna” (con i due terzini dunque solitamente più avanzati), che cerca di aprire gli spazi con gli inserimenti dei centrocampisti e i movimenti delle punte esterne, che richiede velocità, pressing altissimo e concentrazione, soprattutto dietro, per mettere a punto i meccanismi atti a far scattare la tattica del fuorigioco in caso di ripartenza degli avversari. Tutto questo, ovviamente, è solo una sintesi dell’idea zemaniana del calcio. Ma già da questo si capisce quanto sia complicato che una macchina “perfetta” funzioni al meglio sin da subito. Servono allenamenti, dedizione e cultura del lavoro.

Come si può intuire, quindi, la fase offensiva Zeman la fa bene anche perché avvantaggiato dal numero imponente di elementi utilizzati. Elementi che, non detenendo il dono dell’ubiquità (si perdoni l’ironia), inevitabilmente lasciano degli spazi scoperti dietro. Quello che si può affermare, probabilmente senza timore di smentita, è che i risultati ottenuti dalle squadre zemaniane (molto più delle prestazioni offerte) dipendano tanto dalla presenza di buoni finalizzatori, un ottimo regista in grado di leggere le azioni e smistare bene il pallone, di un buon portiere possibilmente abile coi piedi e di centrali difensivi in grado di mettere una “pezza” quando necessario. Non a caso i risultati migliori Zeman li ha ottenuti quando in squadra ha avuto giocatori forti, o comunque adatti al suo gioco, come Mancini, Marchegiani, Signori, Totti, Nesta, Aldair, Bojinov, Vucinic, Verratti, Insigne e Immobile. L’esperienza di Cagliari, ad esempio, sebbene si sia conclusa anzitempo ha dimostrato che la squadra, forse più velocemente di altre, aveva recepito bene la teoria – e questo lo si può constatare facilmente leggendo le varie statistiche a riguardo, dalla supremazia territoriale al coefficiente di pericolosità, passando per le conclusioni a rete – ma l’assenza di un bomber vero e l’infortunio di Sau hanno lasciato Zeman senza un vero finalizzatore. Le innumerevoli occasioni sprecate, spesso in momenti topici della gara e che hanno fatto lasciare parecchi punti sul campo, confermano questa tesi.

Pensare alla fase offensiva e a quella difensiva come due aspetti separati, indipendenti l’una dall’altra, non vale per nessun modello di nessun allenatore al mondo, figuriamoci per il boemo. Affermare che Zeman non si curi della fase difensiva, dunque, è sbagliato ed offensivo nei confronti di un professionista come lui. Forse, pur rispettando le idee di qualsiasi allenatore e di ogni tifoso, anche il più “difensivista”, questo luogo comune è dovuto al fatto che da sempre Zeman, su questo aspetto come in altri, è sempre stata la pecora nera, ha sempre predicato nel deserto, cercando di alimentare in Italia la cultura del risultato abbinato allo spettacolo che, se proprio non la si vuole condividere, si potrebbe almeno non deridere e, anzi, trattare con più rispetto.

LA BATTAGLIA CONTRO IL DOPING

Com’è noto, nel luglio del 1998 Zeman rilasciò un’intervista a L’Espresso in cui puntava il dito e accusava il mondo del calcio di essere entrato nelle farmacie. A distanza di anni, e dopo diversi casi di doping acclarati, pare evidente che il boemo avesse ragione da vendere. Le sue parole, che allora scoperchiarono il vaso di Pandora, misero in subbuglio il calcio e non solo. Non è questa la sede adatta per parlare ampiamente del processo che ne seguì il quale, sinteticamente, in primo grado dichiarò colpevole il medico legale della Juventus Agricola salvo poi assolvere sia quest’ultimo che Giraudo in Appello e in Cassazione in quanto era impossibile dimostrare l’effettiva somministrazione di sostanze dopanti ai giocatori. Infine la Corte dichiarò che fosse opportuno un altro processo che però non ebbe il tempo di essere svolto in quanto anticipato dalla prescrizione avvenuta nel 2007.

A prescindere dall’esito del processo, in ogni caso, le parole di Zeman crearono un quanto mai opportuno terremoto: il Parlamento, ad esempio, fu costretto a prendere delle contromisure e promulgare una legge che punisse la vendita e la somministrazione di sostanze dopanti, furono scoperte diverse irregolarità negli esami svolti in passato, alcuni controlli sparirono del tutto, vari calciatori ammisero di aver fatto uso di medicinali, anche prima delle partite e tra i due tempi, senza mai chiedere quale fosse la funzione, furono trovati negli armadietti della Juventus centinaia di medicinali, tra cui antidepressivi e il Narcan, e furono riscontrate tantissime altre anomalie.

Si tratta insomma di una battaglia vinta, sebbene a caro prezzo, da Zeman il quale non si vide rinnovato il contratto da Sensi e si creò vari nemici in un mondo che probabilmente nemmeno lui immaginava così torbido. Un aspetto che troppo spesso non viene specificato è che, sebbene il boemo avesse fatto i nomi di Del Piero e Vialli lamentando un (indubbio) aumento spropositato della massa muscolare, l’allora tecnico della Roma non accusava la Juventus né tantomeno i calciatori bianconeri. Il suo era un monito che riguardava tutto il calcio e comprendeva persino i propri giocatori di cui temeva la fragilità e una possibile leggerezza nell’affidarsi a persone (che fossero medici o dirigenti) che, a scopo di lucro, avrebbero potuto migliorare le loro prestazioni grazie a “pillole magiche” a discapito della salute degli atleti stessi.

Ad oggi qualcuno può dire che quei dubbi fossero infondati? Qualcuno può affermare che le parole di Zeman non siano state una manna per il calcio, per la sua credibilità, per le autorità preposte a salvaguardare la regolarità di questo sport e, soprattutto, per la salute dei calciatori stessi che, da allora, hanno avuto maggiore coscienza di ciò che accadeva e della necessità di tutelarsi?

L’INTERCETTAZIONE TRA MOGGI E GIRAUDO E LA “LEGNATA”

Sullo scandalo Calciopoli, scoppiato nel 2006, si sa tutto ciò che ci è stato dato sapere. C’è chi ha pagato, forse non abbastanza, e chi l’ha fatta franca. Poi ci sono anche le vittime che però non riceveranno mai alcun risarcimento. Tra queste, oltre ai semplici tifosi, c’è sicuramente Zeman. Durante una telefonata intercettata il 22 dicembre 2004, quando il boemo era alla guida del Lecce, Moggi – riferendosi ovviamente a Zeman – disse a Giraudo quanto segue:

bisogna fargli qualcosa, non so, un sistema… bisogna dargli una legnata… bisogna prendere le emorragie dandogli un danno a questo qua, inventandoci qualcosa, portandogli via un giocatore, trovargli qualche…

Sorvolando sui termini violenti e da mafioso utilizzati da Moggi, non è difficile comprendere che il boemo, sebbene certamente non potesse ambire ad infastidire la Juventus in classifica, fosse nella mente del capo della cupola. Si parla di dare una legnata, di emorragie, di inventarsi qualcosa, addirittura si parla chiaramente di un sistema, infine l’illuminazione, ovvero l’idea di togliergli un giocatore, seguita da una frase lasciata in sospeso. Il giocatore a cui si faceva riferimento, con ogni probabilità, era Bojinov, passato infatti poche settimane dopo a Firenze alla corte dello stesso Della Valle a cui Moggi garantì, in un’altra intercettazione, la salvezza.

Questa è solo un’intercettazione, ovviamente, e non possiamo sapere cosa ci sia “dietro” né cosa ci sia “oltre” la cessione dell’attaccante ai viola. Possiamo soltanto immaginare che Moggi da ben prima di quella intercettazione, e anche dopo, abbia influito nella carriera di Zeman sguinzagliando procuratori, arbitri, designatori, giornalisti e quant’altri. Ma non staremo qui a perdere tempo e fantasticare: siamo certi che la realtà (quella che purtroppo non conosceremo mai) supererebbe, e di molto, la nostra stessa immaginazione.

L’UTOPIA ZEMANIANA IN UN MONDO DISTOPICO

Un’altra accusa rivolta spesso a Zeman riguarda un modo di intendere il calcio definito “integralista”, impossibile da portare avanti ottenendo dei successi importanti, poco vicino alle abitudini della “maggioranza”, per nulla incline ai mutamenti che il calcio ha subito nel corso del tempo. In una parola il modello di Zeman viene definito “utopico”. Addirittura la voglia di dare spettacolo e talvolta l’idea stessa di giocare alla pari senza barare e senza giungere a compromessi, che dovrebbe essere poi il sale dello sport, per alcuni, rappresentano invece la base di questa visione utopica. A prescindere dai risultati ottenuti da Zeman, di cui abbiamo già discusso, concentriamoci sulla fondatezza stessa di tale accusa. E’ davvero un difetto, un limite, essere fautori di un’utopia? Lasciando per un momento il mondo del calcio (e nella speranza di non apparire irriverenti) proviamo ad analizzare molto sinteticamente – ad anche banalmente, ma è inevitabile trattandosi di una forzatura – la vita e le azioni di altri utopisti che hanno fallito e falliscono quotidianamente il proprio obiettivo sebbene siano, in alcuni casi, ben visti dall’opinione pubblica.

Tra le innumerevoli persone che nel corso dei secoli hanno inseguito un’utopia qualcuno è riuscito a vincere, di volta in volta, qualche battaglia, a volte anche meramente personale. Mai la guerra. Mai nessun uomo, pur spinto dall’utopia più nobile, è riuscito a raggiungere l’obiettivo “massimo” che si era posto in principio. Nessuno, nonostante i passi da gigante compiuti nel corso della storia, è mai riuscito a sconfiggere il razzismo; milioni di lotte sindacali non riusciranno mai a rendere i lavoratori realmente liberi, dignitosi quanto i padroni; nonostante migliaia di rivendicazioni da parte delle donne, in alcuni paesi arabi si applica tutt’oggi l’infibulazione e l’adulterio è un reato, mentre anche nella parte del mondo che si autoproclama “civile” i casi di femminicidio e di violenza sul sesso debole sono incalcolabili; innumerevoli cortei non riusciranno mai a portare a zero il numero di episodi di omofobia; nessuno che si batta per i diritti animali porrà mai fine al circo, alla caccia, alla pesca o agli allevamenti; che dire, infine, di tutti gli uomini che sono morti con la convinzione utopica di sconfiggere la Mafia? La Mafia è più viva che mai e siede nelle poltrone di chi decide il nostro presente e il nostro futuro. Nessun maxiprocesso l’ha mai sconfitta né mai la sconfiggerà. Non si tratta, come erroneamente si illudeva Falcone, di un fenomeno umano destinato a finire.

Questo perché un sogno possibile in un mondo normale diventa utopia in un mondo distopico, dove la giustizia – quella vera – non esiste e gli uomini coraggiosi vengono messi all’angolo. E, in fondo, il fulcro sta tutto qui. Lo è stato nella storia, lo è nella vita di tutti i giorni, lo è anche nello sport e, dunque, nel calcio italiano, dove dopo ogni fallimento della Nazionale si ritorna a parlare di giovani e vivai salvo poi continuare la vecchia politica di sempre, dove la finale di Coppa Italia viene giocata dopo il consenso di un ultrà, la Supercoppa viene disputata all’altro capo del mondo per questioni economiche e ad un allenatore che patteggia un reato sportivo viene affidato il ruolo di ct da parte di un presidente della Federcalcio a sua volta eletto dopo aver rilasciato delle dichiarazioni razziste per le quali sarebbe stato, in un secondo momento, squalificato dall’Uefa.

Il vero problema, dunque, è inseguire un’utopia o l’aver creato un mondo sotto molti aspetti distopico, odioso, inaccettabile, dentro al quale chi sogna un mondo ideale viene etichettato come un perdente, uno sfigato, mentre proprio chi ha contribuito a renderlo distopico viene preferito al primo e viene visto, in alcuni casi, come un vincente?

Il sogno di Zeman, dunque, forse è un’utopia. Ma d’altronde, come disse Bakunin, “solo cercando l’impossibile l’uomo ha sempre realizzato e conosciuto il possibile, e coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che sembrava possibile non sono mai avanzati di un sol passo”. E il boemo, sebbene non abbia vinto dei trofei, di passi ne ha fatti tanti, talvolta ostacolati da qualche sgambetto, ma è sempre rimasto in piedi, ha divertito e appassionato tifosi di tutt’Italia, ha ideato un nuovo modo di vedere il calcio, ha osato forse più di chiunque altro, ha lavorato in un ambiente ostile dall’aria irrespirabile, spesso isolato e osteggiato, è stato studiato da quasi tutti i suoi colleghi, è stato copiato e a volte scopiazzato, ha ispirato la realizzazione di diversi libri e documentari, è stato deriso e umiliato, sedotto e abbandonato, illuso e accantonato.

Eppure resta l’uomo di calcio più amato, apprezzato, ringraziato e omaggiato dagli appassionati, da Nord a Sud, ed è l’unico a poter vantare un nutritissimo seguito di tifosi che lo sostengono a prescindere dalla squadra allenata. E, con buona pace di chi lo disprezza, questi sono risultati strameritati ottenuti dentro e fuori dal campo nel corso di una carriera straordinaria.

  • Strepitoso Matteo

  • Grande pezzo, complimenti! 🙂

  • Edoardo

    Ennesimo capolavoro. Non vi fermate ragazzi! Mister Zeman tornerà più forte di prima!